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Abissi al Veleno

Nave veleniDopo il ritrovamento della nave contenente rifiuti tossici inabissata nel mare della Calabria, riproponiamo l'inchiesta che la Voce aveva pubblicato in esclusiva lo scorso anno, nel numero di ottobre 2008. Il titolo era:

ABISSI AL VELENO

Si sostiene che siano addirittura quarantasette le navi affondate nel Mediterraneo, molte delle quali al largo delle coste della Calabria, nelle zone ad alta profondità. Queste navi vengono affondate utilizzando la polvere di marmo che a contatto con l'acqua si solidifica».

Lo aveva sostenuto in un'intervista l'allora senatore dell'Udeur Nicodemo Filippelli nella sua veste di componente della commissione parlamentare sui rifiuti, che nel novembre del 2004 si riunì presso la prefettura di Cosenza per procedere all'audizione di molti protagonisti di quello che sempre più assume le sembianze di un gigantesco intrigo internazionale. E' l'incredibile storia di una flotta, una storia a base di veleni. Neanche sul numero complessivo delle navi si riesce ad avere certezza. Chi sostiene siano 47, chi parla di 52, chi si ferma a 39. «La polvere fa blocco e fa affondare il natante e, allo stesso tempo, sigilla l'intero carico».

Tutto comincia nel 1990, quando la nave Rosso si arena sulle spiagge calabresi. «Si sa - continua Filippelli - che questa nave nascondeva qualcosa, ma nessuno è riuscito a fare chiarezza. All'epoca era conosciuta come la nave dei veleni ma, dal momento in cui si è arenata, nessuno è salito a bordo per controllarne il carico e verificare il contenuto effettivo trasportato nelle stive». Anche l'ex presidente della commissione parlamentare sul ciclo dei rifiuti, il forzista partenopeo Paolo Russo, nel 2004 auspicava «un'operazione di ricerca della verità per capire come sia potuto accadere che, dopo quattordici anni, un evento del genere sia rimasto senza certezze. Dobbiamo mettere in campo una task force per venire a capo dello spargimento di veleni che c'è stato nei nostri mari». Belle intenzioni rimaste sulla carta. E allora torniamo a quel 14 dicembre 1990. Precisamente alle ore 10 e 15.

La nave imbarca acqua a quindici chilometri al largo della costa di Falerna, centro turistico balneare tirrenico. Quindici membri di equipaggio con il loro capitano, Luigi Giovanni Pestarono, vengono recuperati da due elicotteri e trasportati all'ospedale di Lamezia Terme per i controlli. Ma la nave adagiata su un lato non affonda e, per effetto del mare fortemente agitato e preda di forti correnti, viene trascinata verso riva. Alcune ore dopo, alle 14 circa, la Rosso spiaggia nella località di Formiciche, comune di Amantea in provincia di Cosenza.

La nave era salpata dal porto di La Spezia il 4 dicembre, scalo a Napoli. Da questo evento imprevisto parte una vicenda dagli incredibili contorni. Nei giorni successivi allo spiaggiamento viene impedito a chiunque di avvicinarsi alla nave e si procede anche allo scarico del materiale trasportato. Ma già nell'immediatezza qualche gruppo ambientalista locale manifesta preoccupazioni, considerando il passato e la storia della nave. Infatti la Rosso - che negli anni ottanta aveva il nome di Jolly Rosso - era utilizzata dal governo italiano per il recupero di rifiuti tossici in Libano, depositati da alcune aziende italiane, per essere trasportati a La Spezia.

La motonave viene noleggiata nel 1988 dal governo del nostro Paese per andare a recuperare in Libano 9532 fusti di rifiuti tossici nocivi esportati in quel luogo illegalmente da aziende italiane. La nave era rimasta in disarmo nel porto di La Spezia dal 18 gennaio 1989 fino al dicembre del 90. Il 15 dicembre del 90 alle cinque del mattino, dopo poche ore dallo spiaggiamento, viene effettuata la prima ispezione da parte dei carabinieri e della capitaneria di porto di Vibo Valentia. Nel pomeriggio arrivano vigili del fuoco e guardia di finanza; forse anche agenti dei servizi segreti. Una settimana dopo, il 22 dicembre, la società armatrice della nave, la Ignazio Messina e C. spa, affida alla Siciliana Offshore e Calabria navigazione il recupero del combustibile sparso. Operazione che secondo i carabinieri si conclude il 29 gennaio del 1991.

La procura della Repubblica di Paola apre un'inchiesta e a gennaio del 91 conclude le indagini stabilendo che si era trattato di un falso allarme: i container nella stiva erano pieni di vettovaglie, sostanze alimentari e generi di consumo. Tutto sembra regolare mentre a giugno si completa l'operazione di smantellamento della Jolly Rosso. Ma qualche anno dopo, nel 1994, in seguito ad un esposto di Legambiente che continuava a prospettare scenari ben più complessi, la procura di Reggio Calabria avvia un'apposita indagine che ha per oggetto alcuni affondamenti di navi nel Mediterraneo. Un dato è infatti particolarmente significativo: il numero degli affondamenti sospetti verificatisi nei mari italiani. Risultano ben trentanove casi fra il 1979 ed il 95: la cifra emerge dalla consulenza tecnica disposta nell'ambito del procedimento di Reggio Calabria con dati tratti dall'archivio STB Italia di Genova e Milano, e da varie compagnie assicurative, fra cui la Lloyd's Register of Shipping, sede di Genova; ventisei casi vengono indicati dal comando generale delle capitanerie di porto. Nel 1995 Wwf Italia inoltra alla procura della repubblica di Paola un esposto sulla misteriosa sparizione del carico di scorie nucleari presente a bordo della nave albanese Korabi. E nel corso delle nuove indagini sorgono anche elementi riconducibili alla Jolly Rosso. Il caso viene poi archiviato per la mancanza di prove.

Ma la storia delle navi fantasma segna un momento importante nel giugno 1987 quando a La Spezia sono imbarcate 200 mila tonnellate di rifiuti tossici, destinazione Guinea Equatoriale. Nello stesso periodo la Rigel, partita dalla vicinissima Marina di Carrara per l'ultimo viaggio, affonda il 21 settembre. Ne scaturisce un'indagine giudiziaria a carico di venti persone, accusate di naufragio doloso. Il 5 marzo 1994 arriva a La Spezia dal Libano la Jolly Rubino: a bordo ha materiale ferroso proveniente dall'ex Unione Sovietica, destinazione Sudafrica. Nel rapporto Ecomafia 2003 di Legambiente si legge: «Alle rotte di questi traffici illeciti, che spesso si sovrappongono con quelli delle armi, sembrano legarsi alcuni misteri del nostro Paese, come quello delle navi a perdere, affondate nel Mediterraneo e di cui si è persa traccia». Nel rapporto si sostiene anche un possibile collegamento con «la morte del capitano di corvetta, Natale De Grazia, indispensabile collaboratore della procura presso la pretura di Reggio Calabria, impegnato nelle indagini sulle navi fantasma e con l'efferato delitto della giornalista del Tg3, Ilaria Alpi, e dell'operatore Miran Hrovatin».

E numerosi sono stati i dossier, le interrogazioni parlamentari e le iniziative miranti a far luce su questi traffici. Il dossier Rifiuti radioattivi: il caso Italia del 19 giugno 95 redatto da Legambiente che ricorda come la vicenda delle navi dei veleni sia stata al centro del lavoro di diverse procure (in particolare Nicola Maria Pace, procuratore capo di Matera, Agostino Cordova, procuratore capo prima di Palmi e poi di Napoli, Francesco Neri, sostituto procuratore della pretura di Reggio Calabria; nonché le procure di Catanzaro e di Padova). Nel dossier emerge l'attività svolta da un ingegnere italiano, Giorgio Comiero, un personaggio con entrature ad altissimo livello e in contatto con noti trafficanti d'armi. A febbraio 96 Legambiente produce un secondo dossier dal titolo significativo: L'intrigo radioattivo. In esso si pone in evidenza l'incremento delle attività della ODM (Oceanic Disposal Management) in merito a progetti di smaltimento di rifiuti tossici e nocivi.

Attività indirizzate verso l'ex Unione Sovietica e verso alcuni paesi africani, candidati probabilmente ad ospitare siti nei quali sversare rifiuti radioattivi; fra questi viene citata una zona a ridosso della Somalia, paese al centro di numerose inchieste, sia giudiziarie che parlamentari, per vicende connesse agli scandali sulla cooperazione e su traffici d'armi relativi agli anni ottanta (come significativamente testimonia il caso Alpi). Nel rapporto si ribadisce anche che «oltre alle navi su cui indaga la procura di Reggio Calabria, esistono altri numerosi relitti affondati nel Mediterraneo, dall'Adriatico, a ridosso delle coste iugoslave, al basso Ionio, sulle quali non è in corso alcuna indagine né da parte dei governi interessati né da parte di organismi internazionali».

Ulteriore ed interessante documento redatto da Legambiente è quello presentato il 28 novembre 1996, La Spezia, crocevia dei veleni, in cui si afferma che il porto di La Spezia possa aver rappresentato un centro nevralgico del malaffare ambientale italiano per le presunte attività illecite che si svolgevano in ambito portuale (da non dimenticare che il centro ligure è crocevia di potenti logge massoniche). Nel documento si menzionano i «traffici di rifiuti tossici legati alle navi dei veleni ed al loro trasporto nonché al loro occultamento nei territori costieri di alcuni paesi africani e mediorientali (dalla Guinea al Libano)». Viene ricordato anche un episodio illuminante avvenuto nel 1994. Le autorità sanitarie accertano la presenza di 16.700 tonnellate di rottami ferrosi radioattivi, contaminati da Cesio 137, provenienti dal Sudafrica, materiali che dopo lo sbarco a La Spezia dovevano essere trasferiti in Austria. Invece, in seguito alla denuncia di Legambiente, il governo austriaco negò il trasferimento del carico. Nel dossier si cita anche l'inchiesta condotta dai magistrati di Napoli Pino Narducci e Aldo Policastro che, attraverso le rilevazioni di alcuni pentiti di camorra, coinvolse alcuni soggetti attivi a La Spezia. Denominata Adelphi, è stata la prima grande inchiesta contro la holding dei rifiuti.

Clicca qui per scaricare il testo dell'inchiesta: (4969 KB)

 

 

RIFLETTORI DA REGGIO

Molto interessante è il quadro che emerge dalle dichiarazioni di Antonio Catanese, allora procuratore della Repubblica a Reggio Calabria: «Degna di nota è l'indagine relativa all'affondamento sospetto in mare delle cosiddette navi a perdere cariche di rifiuti tossici e radioattivi. E' abbastanza noto che i colleghi della procura circondariale e sulla base di un esposto di Legambiente individuarono nel corso di complesse perquisizioni i programmi della holding multinazionale O.D.M. con sede in Lugano, che promuoveva l'inabissamento in mare attraverso i cosiddetti penetratori trasportati da apposite navi contenenti scorie nucleari e radioattive sfruttando un progetto abbandonato nel 1989 dalla Eurotom, che allora aveva investito ben 120 milioni di dollari per lo studio di fattibilità». Continua Catanese: «occorre segnalare che è emerso già il coinvolgimento di alcuni personaggi legati alle cosche ioniche della provincia di Reggio Calabria, in parte residenti sul territorio tedesco, cointeressati ad attività con società tedesche rinvenute nei libri contabili e nella documentazione sequestrata alla O.D.M. per l'affondamento delle navi».

L'indagine si era valsa delle dichiarazioni di un pentito straniero che aveva collegato l'affondamento delle navi nel mare ionico ad un traffico d'armi sbarcate in Calabria e destinate alle cosche dell'Aspromonte. «Per rendersi conto dell'importanza del fenomeno - aggiungeva Catanese - è sufficiente rilevare che la quantità di rifiuti prodotti in Italia, rifiuti da smaltire, crea ogni anno per le associazioni criminali un giro d'affari stimabile da un minimo di un miliardo di euro ad un massimo di tre miliardi di euro. Se a tutto cio' si aggiunge che non più del 15% viene smaltito lecitamente, può cogliersi in tutta la sua valenza lo sforzo investigativo che, nel settore, stanno sopportando questo ufficio e la procura circondariale di Reggio Calabria. Il traffico di rifiuti in Italia ormai da un decennio si muove in senso unico dal Nord al Sud. In Europa, in particolare, dai paesi dell'UE più industrializzati verso Africa, Medio Oriente ed Asia».

Le dichiarazioni illuminanti del procuratore Catanese espresse negli anni passati introducono chiaramente il ruolo determinante della criminalità organizzata nell'ambito di un più generale quadro di faccendieri, servizi segreti deviati, paesi gestiti da dittature e complicità di uomini di governo. In questo scenario spiccano le dichiarazioni del pentito di ndrangheta Francesco Fonti contenute in un ampio memoriale inviato alla Direzione Nazionale Antimafia. L'ex boss della 'ndrangheta si attribuisce l'organizzazione di traffici di rifiuti tossici, compreso l'affondamento di alcune navi a perdere. Uno scenario apocalittico, quello descritto dal pentito calabrese, che è stato ascoltato da numerose procure sparse in Italia. Molto significativa la dichiarazione dell'allora procuratore della repubblica di Matera Nicola Maria Pace, oggi procuratore capo di Trieste, il quale, in merito al memoriale, afferma di «essere rimasto impressionato dal contenuto perché si sovrappone, con una precisione addirittura impressionante, agli esiti di indagini che ho condotto come procuratore di Matera per lo smaltimento in mare di rifiuti radioattivi».

Sulla figura di Francesco Fonti e sull'attendibilità delle sue dichiarazioni ha insistito molto nei suoi lavori la commissione parlamentare d'inchiesta sull'assassinio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. MISTERO NEL MISTERO Nell'ambito dell'indagine sulle navi- carretta si è verificato infatti un episodio che si intreccia con le indagini sulla morte di Ilaria Alpi. Il pm Francesco Neri, nell'ambito delle indagini, sequestrò ad un noto personaggio impegnato nel business dello smaltimento di rifiuti pericolosi una cartella con la dicitura Somalia che conteneva, fra gli altri documenti, anche il certificato di morte di Ilaria. Neri racconto' questo particolare durante l'audizione davanti alla commissione parlamentare d'inchiesta. Si decise di acquisire il certificato dalla documentazione in possesso degli uffici giudiziari di Reggio Calabria. Il 21 gennaio 2005, quando i consulenti della commissione si recarono in quegli uffici, non trovarono né la copia del certificato di morte di Ilaria Alpi, né la lettera di trasmissione dello stesso al pm di Roma Giuseppe Pititto, che all'epoca si occupava dell'indagine sull'omicidio Alpi-Hrovatin. Un giallo nel giallo.

Nel 1991 il procuratore capo di Palmi Agostino Cordova (di cui Neri era uno stretto collaboratore), indagando sulla massoneria deviata si era ritrovato ad interessarsi di una loggia spuria di La Spezia; nella vicenda, a quanto pare, emersero elementi per ipotizzare una triangolazione armi-rifiuti tossici-riciclaggio di narcodollari, con un ruolo importante, guarda caso, della Somalia. A quell'epoca Cordova venne bersagliato dal ceto politico dominante, in prima fila i socialisti capeggiati da un furibondo Claudio Martelli. Ma negli anni successivi molti dei nomi coinvolti nell'inchiesta Cordova si ritroveranno nelle indagini sulle navi-carretta e sulla morte di Ilaria Alpi. Allo stesso modo, alcuni personaggi coinvolti nelle indagini riguardanti la fuga a Montecarlo di Licio Gelli figurano anche nelle numerose inchieste sulle navi a perdere. Senza dimenticare, passando alla Campania, i primissimi contatti - documentati dalla già ricordata inchiesta Adelphi - dei Casalesi, in prima fila Francesco Bidognetti, alias Cicciotto e mezzanotte, con Villa Wanda, la magione aretina del Venerabile. S.O.S. MARE TOSSICO L'inchiesta sulle navi tossiche ha avuto comunque il merito di svegliare le coscienze rispetto al problema della tutela ambientale e della salute pubblica. Patrizia Fantilli, responsabile dell'ufficio legale del Wwf Italia, sospetta che il contenuto della stiva della Jolly Rosso possa essere stato sotterrato nei giorni immediatamente successivi allo smantellamento della motonave in alcuni siti della zona. La zona nella quale si presume siano stati interrati i bidoni della Jolly Rosso, infatti, è stata ed è caratterizzata da un progressivo aumento di forme tumorali leucemiche. Il sostituto procuratore di Paola, Francesco Greco, ha avviato indagini con l'ausilio di consulenze professionali di alto livello.

E' stata richiesta una relazione sull'incidenza dei tumori derivanti da sostanze radioattive nel comune di Amantea e in quelli vicini. Uno studio - ancora in corso - affidato a Pasquale Iacopino, direttore del centro trapianti midollo osseo degli Ospedali riuniti di Reggio Calabria. L'ennesimo filone, infine, riguarda la ricerca sottomarina di fusti radioattivi mediante perlustrazioni con idonee attrezzature subacquee: un'impresa titanica, sia per la difficoltà di reperire i fondi per ricerche, che presentano altissimi costi e necessitano di personale altamente specializzato, sia per il fatto che molto probabilmente sono stati utilizzati luoghi di affondamento dove i fondali superano anche i mille metri di profondità, trattandosi di spaccature all'interno dei fondali stessi. Ed in tali condizioni ambientali è quasi impossibile poter ritrovare, dopo decenni, tracce tangibili. Foto terribili. Mai pubblicate prima. Prove inconfutabili di un traffico di rifiuti sospetti verso l'Africa. Le diffonde Green Peace (http://www.greenpeace.it/foto/) con una nuova inchiesta sulle navi tossiche, che riassume più di vent'anni di traffico di rifiuti tossici e radioattivi. Le foto risalgono al 1997 e dimostrano come centinaia di container dal contenuto di dubbia provenienza siano stati interrati nel porto di Eel Ma'aan in Somalia, costruito da imprenditori italiani.

 

 


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