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21/07/2008
Fra i quaranta omicidi anche quello di Francesco Africano, Emanuele Osso e Domenico Petrungaro dell’81

Il 1992 è l’anno di tangentopoli e l’anno della morte dei giudici Falcone e Borsellino. L’anno nel quale cambia l’Italia e l’anno in cui lo Stato reagisce con maggiore incisività nella lotta alla mafia. L’anno nel quale boss di primo piano iniziano a collaborare. A Cosenza il primo pentito avvia la sua collaborazione nel 1993. E’ Roberto Pagano, che si pente perché consapevole di essere stato condannato a morte come suo fratello, ucciso in un agguato, per aver costituito con i fratelli Bartolomeo ed i fratelli Notargiacomo una nuova banda criminale.

 

Orribile la morte destinata ai fratelli Bartolomeo i cui corpi mai più ritrovati sono stati probabilmente sciolti nell’acido, mentre i fratelli Notargiacomo che nelle carceri erano divenuti i referenti dei Graviano, potenti boss palermitani, oltre ad essere entrati in contatto con esponenti dei Lupi Grigi, il gruppo terroristico responsabile dell’attentato a Papa Woitila, in seguito approderanno allo status di pentiti. 

Come i tre fratelli Vitelli, Franco Garofano, Francesco Tedesco, Aldo Acri, Nicola Belmonte, Angelo Satolla, solo per citarne alcuni. Roberto Pagano è un azionista temibile e spietato e che conosce molti segreti della criminalità cittadina e con le sue dichiarazioni imbastisce le basi accusatorie per il maxi processo Garden. Nel maggio del 1995 annuncia il proprio pentimento Franco Pino. Ma, nonostante l’alto numero di pentiti, si registrano episodi inquietanti. Incontri fra pentiti per concordare cosa dire, contraddizioni palesi fra pentiti stessi. Frequenti ritrattazioni e tentativi di depistaggi.

Dalle dichiarazioni di Franco Pino nascono anche momenti processuali che coinvolgono esponenti importanti del mondo politico cittadino, che esce completamente incolume dalla stagione del pentitismo tranne l’unica eccezione che conferma la regola. Quella della vicenda processuale che interesserà l’unico politico cosentino, l’ex socialista e socialdemocratico Pino Tursi Prato, negli anni ’80 presidente dell’Usl e nel 1990 eletto con il Psdi alla Regione Calabria. Molte le polemiche e le discussioni sulla gestione del pentitismo. Polemiche che hanno condotto, sul piano nazionale, a modificare le norme che regolano il ruolo del pentito. Certamente i tanti pentiti cosentini hanno consentito la ricostruzione abbastanza fedele di tanti fatti criminali degli anni ottanta. Tanti sono gli omicidi compiuti dagli stessi pentiti che si sono autoaccusati ed hanno ammesso le loro colpe. Alcuni di questi hanno confessato anche oltre le quindici esecuzioni.

I gruppi di fuoco erano ben addestrati ed erano sempre pronti ad effettuare gli agguati che si ritenevano in quel momento necessari per vincere la guerra di mafia che in quegli anni ha insanguinato le strade della città di Telesio. E tutto ciò è la parte centrale del processo Missing presso la corte di Assise di Cosenza concentrato su una lunga serie di omicidi (quaranta in tutto) commessi nel Cosentino tra il 1978 e il 1994, in piena guerra tra i clan al potere (da una parte il gruppo Pino-Sena, dall’altra quello Perna-Pranno). Molti i pentiti interrogati nella fase dibattimentale processuale sui delitti di “Missing”. E fra i quaranta omicidi anche quello di Giovanni Drago (San Lucido, 12 luglio del 1981), di Salvatore Serpa (Spezzano Sila, 11 agosto 1981), di Francesco Porco (Cosenza, 12 dicembre 1981) sul triplice omicidio di Francesco Africano, Emanuele Osso e Domenico Petrungaro (Amantea, 23 dicembre 1981), di Giovanni Gigliotti (Cosenza, 28 dicembre 1981) e su quello di Antonio Paese (Cosenza, 9 luglio 1991).Ed induce a riflessioni il fatto che molti di questi pentiti oggi, dopo aver beneficiato delle agevolazioni della legge, conducono tranquillamente attività imprenditoriali in altre città, senza nemmeno ritenere necessario cautelarsi da eventuali vendette o ritorsioni.

E non deve essere sottovalutato il fatto che solo per i pentiti cosentini non si è mai verificata alcuna vendetta trasversale. Vi è anche chi sostiene che a conclusione della stagione dei pentiti a Cosenza ogni pentito ha accusato qualche altro pentito e nulla più o ha reso dichiarazioni su fatti già ampiamente conosciuti. Alcuni dei quali divenuti addirittura leggende metropolitane. Vi è anche chi sostiene che i pentiti, accusandosi tra di loro, non abbiamo mai reso dichiarazioni sul cosiddetto terzo livello, cioè quel ceto cittadino fatto di professionisti, di politici, di burocrati e di rappresentanti dello Stato che hanno colluso e protetto le attività criminali. Eppure dovevano ben esserci delle connivenze se alcuni fascicoli giudiziari negli anni ottanta sparivano come neve al sole. Eppure doveva esserci qualcuno che aveva interesse a non dipanare quel porto delle nebbie, per come venivano definiti alcuni uffici giudiziari che non brillavano certo per iniziativa per come appurato dalle tante ispezioni ministeriali che hanno interessato il Palazzo di Giustizia.

Ma nonostante i tanti pentiti e l’azione giudiziaria degli anni novanta nascevano a Cosenza nuove aggregazioni, si affacciavano nuovi protagonisti e si intravedeva il ruolo di una nuova classe generazionale pronta a prendere il posto lasciato vuoto dai tanti criminali che avevano deciso di collaborare con la giustizia. Ma questa è una nuova storia criminale. E’ il romanzo criminale più recente, quello dei primi anni del nuovo millennio. Un periodo caratterizzato anch’esso da delitti di non poco conto come quello del vecchio capo carismatico Antonio Sena o quello di Francesco Bruni, detto “Bella – Bella”. E questi ultimi anni hanno registrato nuovi pentimenti. Ma questa storia più recente sarà oggetto della prossima puntata.