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Navi a perdere PDF Stampa E-mail

10/07/2007
Negli anni novanta un pentito di calibro della 'ndrangheta, affiliato ad una potente famiglia del reggino fornisce agli inquirenti una dettagliata mappa nautica nella quale vengono precisati alcuni specifici punti.

Lo stesso pentito sostiene che ad ogni punto indicato corrisponde il luogo nel quale è stata affondata una nave di enormi dimensioni con la stiva piena di bidoni contenenti sostanze non ben specificate.

E dalle voci che circolarono negli ambienti giudiziari vi era chi sosteneva che le navi affondate nel Mediterraneo negli anni ottanta e primi anni novanta, e al largo delle coste calabresi fossero addirittura cinquantadue. "Si parla di numerosi navi affondate nello Ionio, nella zona più profonda delle acque calabresi. Queste navi vengono affondate utilizzando la polvere di marmo".

Questa la dichiarazione rilasciata nel 2004 da Nicodemo Filippelli allora deputato dell'Udeur ed allora componente della commissione parlamentare sui rifiuti che, in quell'occasione si trasferì, al gran completo nella prefettura di Cosenza per ricostruire la  presunta e strana storia di una flotta dei veleni affondata nel Mediterraneo.

Il meccanismo, continua Filippelli, funzionerebbe così: "La polvere fa blocco, fa affondare il natante e allo stesso tempo sigilla l'intero carico. La vicenda è nata quattordici anni fa con una nave  che si arena sulle nostre spiagge. Tutti sanno che questa nave nasconde qualcosa, ma nessuno è riuscito a fare chiarezza. All'epoca era conosciuta come la nave dei veleni. Dal momento che si arena sul nostro territorio, nessuno sale a bordo per controllare il carico e verificare quello che era il contenuto effettivo trasportato nelle stive".

Torniamo indietro, esattamente di quattordici anni. E' il  14 dicembre 1990. In una giornata con il mare fortemente agitato, la nave si arena sulla spiaggia in località Formiciche di Amantea in provincia di Cosenza, sul litorale tirrenico calabrese. Da tale accadimento parte la storia , o la presunta storia, di una delle vicende più inquietanti ed incredibili che si aggiungono ai tanti misteri della nostra bella Italia. Nei giorni successivi allo spiaggiamento venne impedito a chiunque di avvicinarsi alla nave e si procedette allo scarico del materiale trasportato dalla nave e contenuto nella stiva.

Qualche preoccupazione , da parte dei gruppi ambientalisti locali, venne immediatamente sollevata considerando il passato della nave. Negli anni ottanta la nave era utilizzata dal Governo italiano al recupero di rifiuti tossici in Libano, depositati da alcune aziende italiane, per essere trasportati a La Spezia. Per questo venne chiamata  "la nave dei veleni". Le preoccupazioni vengono sopite quando l'assessore comunale all'ambiente del comune di Amantea, contatta la capitaneria di porto di Vibo Valentia e ottiene
l'assicurazione che il carico della nave non è pericoloso. La Procura della Repubblica di Paola (Cs), competente territorialmente, avvia un inchiesta affidata al sostituto procuratore Fiordalisi e coordinata dal comandante in seconda della capitaneria di porto di Vibo Valentia, Bellantoni.

Nel 1991 la procura , conclude le indagini: stabilisce che si tratta di un falso allarme e che i container contengono solo vettovaglie, sostanze alimentari e generi di consumo. Eppure qualcuno collega questa vicenda a un altro fenomeno, molto più ampio. Sin dagli inizi degli anni ottanta le potenti compagnie assicurative londinesi, le Lloyds, compagnie assicuratrici delle navi, ebbero modo di denunciare una serie di naufragi  di navi nel mar Mediterraneo. Nel 1994, in seguito ad un esposto di Legambiente, sul mistero di tanti naufragi delle "navi a perdere o carrette del mare" la Procura della Repubblica di Reggio Calabria aprì una apposita indagine per verificare se le numerose imbarcazioni affondate trasportassero rifiuti pericolosi. Nel 1995 WWF Italia inoltra alla Procura della Repubblica di Paola un esposto sulla misteriosa sparizione del carico di scorie nucleari presente a bordo di una nave  albanese.

Emerse il sospetto che la nave dovesse essere affondata al largo su un fondale di oltre settecento metri e che le condizioni del mare di quella famosa notte ne impedirono l'affondamento. Nel 2000 il caso venne archiviato mancando le prove che le navi trasportassero realmente rifiuti pericolosi.

Ma nel corso delle indagini si verificò un episodio che suscitò qualche perplessità, per lo meno per le strane coincidenze che lo accompagnano. Il capitano di Fregata, Natale De Grazia, consulente dei magistrati inquirenti, perde la vita mentre si processuale  viene trasferito alla Procura di Paola, dopo essere stato per alcuni anni nei polverosi archivi della Procura di Lamezia Terme, che lo aveva ricevuto erroneamente. Il procuratore capo di Paola, D'Emmanuele, consultata la documentazione, decide di riaprire il caso e di affidarlo ai pubblici ministeri Maria Gaia Majorano e Francesco Greco.

Nel contempo la Procura decide di verificare se nei territori viciniori allo spiaggiamento della nave possa essersi verificato un occultamento del carico. Da ciò la decisione di nominare dei periti e di analizzare alcune zone dove potevano verificarsi interramenti di bidoni o containers. Sulla vicenda sono state presentate interrogazioni ed interpellanze ( i deputati Realacci e Vinello ed i senatori De Petris e Novene). Nelle risposte del Governo è emerso che"la motonave Rosso risulta che doveva essere adattata alla costruzione delle telemine o alla collocazione ed al lancio dei penetratori contenenti i rifiuti delle centrali nucleari di tutti i paesi europei con i quali l'organismo preposto ha trattato e concluso contratti di smaltimento".

Nel mese di Agosto Wwf Italia e Legambiente hanno consegnato un dossier sul ciclo dei rifiuti alle commissioni parlamentari (antimafia, dei servizi segreti, del ciclo dei rifiuti, per Ilaria Alpi e Miran Hrovatin) ed al Procuratore nazionale Antimafia. Il 29 settembre nella sala stampa del Parlamento è stato presentato il dossier elaborato da Wwf Italia e Legambiente "Le navi dei veleni: cronistoria di un intrigo internazionale". Il 18 e 19 di Novembre la "Commissione Parlamentare di inchiesta sul ciclo dei rifiuti e sulle attività illecite ad esse connesse" ha tenuto una intensa due giorni di audizioni presso la Prefettura di Cosenza nel tentativo di ricostruire la vicenda.

La commissione, al gran completo, era guidata dal presidente, Paolo Russo, deputato di Forza Italia. Una vicenda complessa e con tante ombre. Una storia che si aggiunge ai tanti misteri d'Italia nella quale si possono intravedere traffici internazionali che potrebbero coinvolgere più paesi con vari protagonisti e con un ruolo non trascurabile delle potente mafia calabrese, che sembra aver avuto il compito di affondare materialmente la navi utilizzando gli uomini e gli strumenti necessari, per come avrebbe affermato il pentito che ha svelato la storia, di gran lunga più forte e temibile della mafia siciliana e che continua ad essere sottovalutata.