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Il ROMANZO CRIMINALE BRUZIO - COSENZA E LA SUA STORIA DI 'NDRANGHETA (prima puntata) PDF Stampa E-mail

Nel 2003 da redattore de "La Provincia Cosentina", l'allora direttore Marco Sodano, oggi giornalista di punta a "La Stampa " di Torino, mi chiese di scrivere a puntate la storia della 'ndrangheta cosentina. Storia che venne pubblicata in cinque puntate che vengono riproposte.

LA STORIA (Prima Puntata) 

Quel giorno che uccisero u Zorru e la ‘ndrangheta cambiò faccia

«La mafia: a me piacerebbe sapere cos'è, questa mafia ... ». Gianfranco Bonofiglio, in tanti anni di attività con il suo centro studi è uno di quelli che sanno «cos'è questa mafia», se proprio si vuole fare il verso ai tanti padrini di celluloide più o meno riusciti Con questo articolo comincia una serie, raccolta in cinque puntate che ricostruirà gli ultimi venticinque anni di crimine organizzato a Cosenza e dintorni Attraverso fatti: così l'inchiesta prende le mosse da quel lontano 1977. L’omicidio di Luigi Palermo cambiò molte cose, a Cosenza e dintorni. Appuntamento a martedì prossimo.

(introduzione a cura di Marco Sodano, allora Direttore de “La Provincia Cosentina”)

L’evoluzione della questione criminale a Cosenza. Un tema dibattuto e complesso, sempre attuale, in una realtà dove il fenomeno criminale e l'illegalità diffusa ed ambientale ha sempre avuto un peso non trascurabile nel complesso rapporto di una struttura sociale che pre-enta caratteristiche e peculiarità spesso taciute e volutamente nascoste. Sintetizzare un lavoro di evoluzione storica del fenomeno criminale è compito non facile. Ma suddividendo il tutto in alcune parti divise per spazi temporali si tenterà dalle colonne di questo giornale di offrire un bilancio storico sugli avvenimenti e sulle trasformazioni più significative cercando di analizzare gli ultimi venticinque anni. Il perché dei venticinque anni è riferito al lontano 1977.

Anno storico per la trasformazione del fenomeno perché a quell'anno risale l'omicidio di Luigi Palermo, detto «U Zorru», riconosciuto quale atto di svolta e di inizio di una nuova fase e di un nuovo modo di concepire l'organizzazione criminale. Ancora oggi sono tanti i misteri legati a quest’omicidio, non certamente sugli esecutori, essendo lo stesso omicidio oggetto di confessioni da parte di pentiti eccellenti che hanno ricostruito dettagliatamente quella vicenda e le vicende delittuose degli anni successivi. In primis le rilevazioni di Franco Pino, allora giovanissimo, che, con l’esecuzione di Luigi Palermo, riuscì nel salto di qualità assumendo il ruolo di boss carismatico e riconosciuto dal suo gruppo. Da quel momento in poi inizia la vera e prima guerra di mafia nel cosentino segnata da un numero impressionante di omicidi e tentati omicidi. Basti accennare al confronto fra il numero di omicidi commessi a Cosenza e nel suo hinterland dal 1970 al 1977.

Essi sommano a quindici e tutti dovuti a risse, fatti di interessi personali, vicende familiari e raptus di follia. Dal dicembre 1977 iniziano gli omicidi di stampo gangsteristico, con tre omicidi nel 1978, uno dei quali con uno scontro a fuoco con la polizia, due omicidi nel 1979, cinque nel 1980, per giungere al 1981, che nella storia dei conflitti fra bande armate a Cosenza rag- giungerà il suo culmine mai eguagliato sinora, di ben sedici omicidi nella sola Cosenza ed in un solo anno.

Assegnando, fra l'altro in quell'anno alla città di Cosenza il primo posto nella graduatoria nazionale del tasso delle uccisioni mafiose rispetto alla popolazione. Un vero e proprio anno nero sul quale non si è mai fatta vera luce rispetto alle coperture silenti e poderose che in quell'anno garantivano i gruppi mafiosi in guerra fra loro soprattutto dal punto di vista di azioni investigative insufficienti ed alquanto lacunose. Talmente lacunose da far pensare a probabili strategie mirate a mantenere lo status quo senza intervenire in modo deciso e compiuto. Era l'inizio degli anni ottanta, degli anni della Milano da bere, dell'Italia che va, gli anni in cui in tutto il territorio nazionale si registrava un vorticoso aumento dei delitti di mafia. Erano gli anni in cui nella sola guerra di mafia di Reggio Calabria dopo la morte del boss De Stefano, si contarono sul campo di battaglia oltre milleduecento morti in pochi anni. Erano gli anni in cui Raffaele Cutolo, detto “o professore”, capo della Nuova Camorra

Organizzata, Nco, teorizzava nel suo quartiere generale del castello di Ottaviano I'unione della ‘ndrangheta, della mafia, della Camorra e della Sacra Corona Unita, con la complicità di servizi segreti deviati ed organizzazioni terroristiche occulte, un colpo di stato vero e proprio per andare direttamente al governo della nazione. Famosa la frase di Don Raffaele Cutolo: «perché mandare al governo nostri amici, andiamoci noi direttamente».

In questo clima Cosenza registrava nel 1981 ben sedici omicidi quando in città tutti sapevano chi fosse affiliato alla 'ndrangheta e quando la cultura dominante era quella addirittura di vantare amicizie e false parentele con gli aggregati ai gruppi mafiosi. Si costruivano nei giovani di allora i miti di gangster-rubacuori che assurgevano a modello per i giovani dei quartieri popolari e rappresentavano un modello di rivalsa per ottenere quel potere e quel rispetto altrimenti impossibile da ottenere. Il mito del padrino, dell'uomo d’onore, dell'uomo di rispetto. Elementi di una cultura errata e distorta che forniva un quadro non reale rispetto a personaggi criminali e disposti a tutto e che, negli anni successivi, alle prime avvisaglie di uno stato disposto a combattere realmente il fenomeno criminale non hanno esitato a pentirsi raccontando le loro terribili nefandezze e coinvolgendo gli amici ed i loro stessi familiari. Altro che uomini d’onore. Molto più esatta la definizione di Don Masino Buscetta, primo pentito storico della mafia.

«Quelli di oggi - sosteneva Buscetta colloquiando con Giovanni Falcone nei primi anni ottanta - sono solo degli infami e uomini del disonore». Rivelazioni che consentirono a Giovanni Falcone di imbastire il primo maxiprocesso di Palermo che ebbe inizio nell'aula bunker dell'Ucciardone nel 1985. Gli omicidi più eclatanti che seguirono la morte di Luigi Palermo per il ruolo delle vittime furono quello di Francesco Paone, Elio Sconnetti, ucciso nel portone della propria abitazione nel 1980, Carlo Mazzei, ucciso mentre si affacciava dalle inferriate della sua cella nell'ex carcere di Colle Triglio per un tragico errore essendo la vittima predestinata dell'agguato, non il Mazzei ma il com- pagno di cella, Franco Pino. Antonio Palermo, fratello di Luigi ed ucciso mentre usciva dalla stessa Mercedes nella quale qualche anno prima venne eliminato lo stesso Luigi. Carletto Rotundo, agguato dove per errore rimase ucciso un inerme passante fulminato da un proiettile vagante nella sua automobile con a bordo la moglie ed il figlioletto di appena due anni. Inoltre caddero sotto il piombo della guerra fra bande, Alfredo Morelli, Mario Coscarella, Vincenzo Petrungaro, Mario Maestri, Santo Nigro, solo per citare alcuni del nutrito e numeroso elenco. Nel 1982 gli omicidi furono undici, segnati, fra l'altro, da un fatto criminale inquietante che dimostrò chiaramente il livello di pericolosità al quale si era giunti.

In quell'anno venne ucciso l'imprenditore Mario Dodaro, onesto e laborioso lavoratore che ge- stiva una catena di macellerie ed era impegnato con i fratelli nell'attività dei salumi e delle carni. Omicidio mai chiarito e, probabilmente, legato al rifiuto dell'imprenditore di piegarsi alla ferrea legge delle estorsioni che coinvolgevano, in quegli anni, la totalità degli imprenditori cosentini costretti a pagare anche se alcuni pentiti hanno parlato di un tentativo di rapina. Un quinquennio, quello dal 1977 al 1982, che per una corretta analisi storica del fenomeno evolutivo della criminalità andrebbe analizzato con maggiore attenzione. Individuando non tanto gli esecutori materiali dei delitti ed il primo livello della criminalità, ma cercando di analizzare le colpe e le motivazioni che indussero il ceto dominante di quegli anni a concedere al mondo delinquenziale tutte le condizioni affinché una stentata e disorganizzata malavita di quartiere, per lo più di estrazione popolare e caratterizzata da un livello culturale di quasi analfabetismo, si sia potuta trasformare in una vera e propria criminalità organizzata. A chi è convenuta una simile trasformazione sociale?

Quali strati emergenti della politica cittadine favorirono tale passaggio? Chi, nella magistratura fece finta di non vedere e non sentire? Chi nelle libere professioni, nella massoneria, nei ceti politici che contano trasse vantaggi personali da una simile strategia sociale? Quale fu il “terzo livello" che favorì la trasformazione di quel quinquennio ? A queste domande a Cosenza non vi è stata mai alcuna risposta. Neanche nelle dichiarazioni dei tanti pentiti che hanno ripercorso le vicende delittuose di quegli anni si riesce a tracciare un quadro esaustivo e suffragato da elementi concreti nei quali poter individuare le complicità e le connivenze che comunque vi furono e che contribuirono al salto di qualità di una criminalità che da “banda di quartiere” si trasformò in un gruppo organizzato e temibile con affari leciti ed illeciti e con coinvolgimenti nel mondo produttivo, negli appalti e nei grandi business.

Ma dell'evoluzione in mafia imprenditrice e finanziaria ne parleremo nelle prossime puntate nelle quale verranno analizzati i quinquenni successivi.

Gianfranco Bonofiglio

“La Provincia Cosentina”

15 luglio 2003