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Il sequestro del giovane Cesare Casella (Il Giornale di Calabria - 23 giugno 1989) PDF Stampa E-mail

Premessa: Anche questo articolo pubblicato nel 1989 denota una sua estrema attualità nell'analisi del comportamento e dell'assenza dello Stato anche se i sequestri, negli anni successivi, vennero poi aboliti dalle famiglie ai vertici della 'ndrangheta perchè considerati pericolosi e poco produttivi rispetto ai nuovi business del narcotraffico e del riciclaggio del denaro sporco in ogni angolo del pianeta.

 

La vicenda Casella e lo Stato latitante



L’iniziativa della madre di Cesare Casella, da 18 mesi sequestrato dalla ‘ndrangheta, pone in risalto e conferma l’evidente latitanza dello stato in Calabria. Basta ricordare che la pretura di Locri è composta dal Procuratore Capo e da due soli sostituti procuratori. Le continue visite della commissione antimafia sono perfettamente inutili ed ogni volta non fanno altro che constatare il peggioramento dello stato dell’ordine pubblico rispetto alla visita precedente.

Era necessaria l’azione meritoria di una madre-coraggio per rompere quella connivenza innocente, quella accettazione passiva del fenomeno mafioso da parte del popolo onesto calabrese. Ma questa accettazione che va combattuta ha, purtroppo, delle radici ben profonde che vanno ricercate soprattutto nel comportamento di quegli uomini che rappresentano chi dovrebbe tutelare i cittadini: lo Stato. Un gruppo di giovani, da più tempo, ha proposto la costituzione di una lega giovanile per lo sviluppo della coscienza e cultura antimafia, ma nessuno degli esponenti del mondo politico calabrese ha dato qualche benché minimo segnale positivo o negativo nei confronti della realizzazione concreta di tale obiettivo.

I nostri politici che esprimono solidarietà alla signora Casella, sono poi quegli stessi politici che assumono con false invalidità, che creano le attese fra gli innumerevoli disoccupati della nostra terra per carpirne il consenso elettorale.

Sono quegli stessi politici che con le loro squallide segreterie o “agenzie-sbrigatutto” fungono da organi di mediazione fra i servizi dello stato ed i cittadini sovvertendo ogni più elementare diritto di giustizia in Calabria.

Anche questo modo di agire è mafia e fin quando le nuove generazioni non si ribelleranno con l’uso corretto del voto cambiando gli uomini e allentando la morsa delle clientele e dell’assistenzialismo, vera forza base dei baroni politici calabresi, altre madri saranno disperate e tante altre visite della Commissione Antimafia di turno continueranno ad accertare il deterioramento del vivere sociale in Calabria che rischia di divenire irreversibile.

Gianfranco Bonofiglio,

Il Giornale di Calabria”

23 Giugno 1989